Alyoska Costantino

PAROLA DI CORSARO Il vil denaro che ha risucchiato la Formula 1

Il business è diventato parte integrante della categoria... ma solo ora? di 27 novembre 2017, 17:28
Il vil denaro che ha risucchiato la Formula 1

E così, il sole è tramontato anche sulla stagione 2017 del campionato mondiale di Formula 1. Una stagione comunque positiva soprattutto per i fan italiani, in grado di rivedere una Ferrari vincente dopo un 2016 da mani nei capelli, con un Vettel in grado di tenere botta in campionato fino agli harakiri asiatici di Singapore, Sepang e Suzuka. Ma positiva anche su altri punti, come delle vetture più gradevoli da guardare per gli spettatori (e probabilmente anche da guidare per i piloti), delle gomme meno chewing-gum rispetto agli anni passati e un giudizio di gara da parte dei commissari fortunatamente meno fiscale e più sensato. Nel 2018 i cambiamenti non mancheranno e già a priori tanti, tantissimi, storcono il naso nel sentire che solo tre componenti di Power Unit saranno utilizzabili (come se Honda, o anche Renault, potessero rispettare tale limite, ora come ora...), che il DRS non sarà eliminato o che le mescole Pirelli presenti nella gamma del produttore italiano saliranno a sette con persino quelle rosa confetto; e come dimenticare Halo e la sua paurosa forma a infradito. Ma dei cambiamenti ci sarà tempo per parlarne a fine anno.

Ciò che più mi preme al momento, nella stesura di quest’articolo, è una riflessione sul come debba essere trattata la Formula 1 sia dall’interno, cioè da chi decide su tutto riguardo a questo mondo, che dall’esterno, ovvero da chi sta sugli spalti o da chi sta comodo sul proprio divano a guardarsi un’ora e mezza o più di GP. Quindi, che cos’è la Formula 1? È sport-spettacolo? È un business da tenere in positivo nei bilanci? È uno sport fatto e finito?

Scarterei la prima opzione, ovvero quella dello sport-spettacolo: al contrario del wrestling, mondo che oggigiorno seguo più o meno attivamente, non c’è la volontà di creare uno show “a tavolino”, con risultati decisi a priori o con la volontà di creare allo spettatore una sorta di serie che, settimana dopo settimana, mese dopo mese, manda avanti storie, racconti e faide. Di certo l’esposizione mediatica, i weekend di gara sempre più colmi di eventi extra-motoristici e la possibilità di entrare in contatto coi propri beniamini lo possono far assomigliare a uno sport-spettacolo (insieme, purtroppo, alle esagerazioni spettacolari nella presentazione della propria competizione), e ciò secondo me rischia di non essere un bene: può attirare pubblico facile ma quello un po’ più critico, come succede già oggi, potrebbe bocciare questo tipo di scelte. Fortunatamente comunque, le cose che la Formula 1 spartisce con lo sport-spettacolo finiscono qui.

È quindi un business o uno sport vero e proprio? Semplice: la risposta è... entrambi. “Semplice” per modo di dire, chiaramente. I soldi che girano attorno al mondo della Formula 1, attorno a Liberty Media, alla FIA e a tutti i “burattinai” della faccenda sono in quantità enormi. Investimenti, sponsorizzazioni, mercati, pubblicità, speculazioni... tutti termini che rendono sempre più mastodontico l’universo economico di cui la Formula 1 è il nucleo che va poi, anche attraverso vie differenti, a incidere sulle categorie cadette o comunque sottostanti (la F2, la Formula E, ecc.).

In questi anni si è discusso parecchio sulle volontà, o sulle colpe, dell’amministrazione Ecclestone, che ha voluto trasformare il Circus della massima categoria del motorsport nella propria “mucca da latte da mungere”, a costo di incidere pesantemente persino sul nome e sulla storia stessa del marchio F1 (tra l’altro cambiato proprio ieri). Circuiti come Abu Dhabi, Valencia e la stessa Baku sono diventati (forse anche esageratamente e ingiustamente) esempi delle azioni dell’ex-Re della Formula 1, forse intenzionato seriamente a far pendere l’ago della bilancia più sullo spettacolo che sullo sport.

Ma attenzione: confondere l’era Bernie Ecclestone come “l’inizio della Formula 1 come business” è errato, ed è un tranello facile in cui cadere. Volete sapere, a mio parere, quando la Formula 1 è diventato un business in cui investire? Quando è apparso il primo sponsor su una carrozzeria, una tuta o un casco di una monoposto, una squadra o un pilota. Il primo fu Alberto Ascari su Ferrari, che durante il 1953 sfoggiò due semplici e nemmeno tanto invadenti adesivi sulla carrozzeria rossa della sua vettura, con scritto “Fernet Branca”. Sarebbe stato solo il primo, millimetrico passo verso le sponsorizzazioni di massa di fine anni ’60 (con il mitico Gold Leaf Lotus Team, sponsorizzato dalla Imperial Tobacco negli spettacolari colori oro-rosso, ma anche la Shell per la Ferrari o la Elf per la Tyrrell) e inizio anni ’70 (Marlboro per la BRM o John Player Special, sempre per la Lotus). Bibite, sigarette, vestiario, lubrificanti, carburanti, case videoludiche, persino aziende di pompe funebri hanno voluto alimentare il serbatoio del business della Formula 1, che con l’era contemporanea è diventato enorme raggiungendo sponsor e interesse da ogni parte del mondo; chi più, chi meno. E anche per attirare al massimo quei “meno” si è deciso di tentare altrove, dove l’automobilismo è poco conosciuto. In alcuni casi è andata bene, in altri... molto meno. Anche qui però da sottolineare come, pure anni or sono, far spuntare come funghi piste in ogni dove (ricordiamoci il GP di Las Vegas nel parcheggio del Ceasars Palace, o quello di Dallas) era una prassi.

Quindi, se tutto ciò fa parte del business, cosa è davvero rimasto della competizione vera e propria? Forse poco più dell’essenziale, e credo che questa sia la parte realmente brutta. L’aerodinamica elevata fino allo stremo, i motori ibridi, il monogomma sono tutti elementi che hanno, in alcuni casi anche brutalmente, minacciato il vero nocciolo della questione: a vincere in Formula 1 deve essere il pilota migliore. Il migliore a utilizzare la propria monoposto, a tenere giù il piede, a fare i sorpassi, sul giro secco come sul ritmo gara, e in alcuni casi sì, anche a sfruttare al meglio ciò che si ha con benzina, gomme ed elettronica. Allo stesso tempo costui deve essere supportato da meccanici rapidi e competenti, da una vettura ottima, da una squadra preparata sulle strategie, a volte dal compagno di squadra e, perché no, anche dalla fortuna ogni tanto.

Tutto ciò è ancora così, ma certamente per fare in modo che questo mondo, che tutti amiamo, torni sano e piacevole al 100%, molte cose devono cambiare. Ma come detto, di questo parleremo fra un po’ di tempo. Natale potrebbe essere il momento giusto per indirizzare una certa lista a qualcuno più in alto di grado.


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