Alessandro Secchi

SEVEN Un addio troppo amaro. Ciao, Nicky

Tristezza, sgomento, impotenza: così è difficile da accettare di 23 maggio 2017, 00:45 1091 visualizzazioni
Un addio troppo amaro. Ciao, Nicky

Il distacco da qualcuno che amiamo o apprezziamo è tragedia in sé, racchiusa in quella parola che tanto fa male solo al pensiero.

Per chi è appassionato di motori, semplice spettatore o addetto ai lavori che sia, il distacco fa parte del mestiere, è insito nel pacchetto magico dal nome Motorsport. Ne è parte integrante e bisogna essere coscienti e pronti, nonostante gli enormi progressi della sicurezza, a doverci fare prima o poi i conti.

C'è una grande differenza, però, nei conti e nelle disgrazie che il mondo del Motorsport pone di fronte alla nostra vita da appassionati, scalfendola fino a farci male per poi rinforzarla e rinforzarci. Perché il rischio della morte in pista c'è, lo conosciamo, abbiamo imparato a gestirlo ma facciamo finta di niente fino a quando l'inevitabile si pone di fronte a noi: Kato, Simoncelli, Tomizawa, Salom, per restare nell'ambito delle due ruote. Jules, per quello che è il mio mondo.

Quando però la morte ti cerca fuori dal tracciato, in una giornata da uomini normali, di relax, allora sì che il tutto diventa amarissimo, inspiegabile, incoerente. Perché la vita da pilota ti porta a rischiare ogni volta in cui abbassi la visiera, ed è solo di due giorni fa il botto di Bourdais nelle prove della 500 Miglia a farne da prova. Magari per anni, decenni, te la cavi con tanti graffi, se va male una frattura, al limite qualche spavento. Niente di più di quanto possa rischiare un normale impiegato cadendo accidentalmente dalle scale. È qui che la rabbia ti pervade, perché proprio quando pensi di averle ormai superate tutte diventi vulnerabile quanto gli altri, quelli normali. Anzi, forse di più: perché la vita da strada è molto più pericolosa di quella da pista e sono decine, centinaia, le persone che muoiono ogni giorno per una leggerezza, una svista, una minima distrazione che costa carissima, più di quanto dovrebbe.

Sotto sotto abbiamo capito tutti cos'è successo quasi una settimana fa: non lo vogliamo ammettere, ci facciamo ombra dietro comprensibilissimi e rituali "no, non è possibile", "non è giusto", ed è tutto vero. C'è qualcosa di tremendamente crudele ed ingiusto nel perdere un ragazzo nel pieno della vita. Ma non si può non essere coscienti del fatto che sia stata una leggerezza di Nicky ad essergli, purtroppo, fatale. Una di quelle che commetti magari una volta nella vita e che ti portano via tutto, mentre c'è gente in costante bilico tra la vita e la morte che la passa liscia quotidianamente, magari a scapito di altri. Con questo non voglio assolutamente farne una colpa a Nicky, figuriamoci: ho ancora il sangue negli occhi per chi ha tentato di incolpare Jules per il suo incidente. Alzi la mano, poi, chi non ha mai rischiato di farsi male per una sua disattenzione.

Però fa male sapere che il tutto poteva essere evitato: che sarebbe bastato poco, pochissimo, per non esser qui a scrivere di un ragazzo di neanche 36 anni che hai visto esordire, crescere, vincere e far parte di un mondo che hai seguito per tanto tempo e che ora, per una banalità, è da ricordare al passato, in bianco e nero e non più a colori, anche se quelli non sbiadiranno mai nella mente di chi lo ha tifato, adorato, seguito per tutta la sua carriera.

Sono tre anni e mezzo che vivo da semplice tifoso il dramma di Schumi. Ne avevo scritto proprio qualche giorno fa, di quel parallelo di termini e situazioni che mi metteva i brividi e mi faceva temere per le sorti di Nicky. Spero di non trovarmi mai in una condizione simile, ma per quello che è il mio modestissimo pensiero e visti i bollettini medici che non lasciavano praticamente speranze, forse è meglio che sia andata così. Non ho idea di cosa sia meglio tra un dolore fulminante, immediato, e un limbo interminabile. 

Ci vorrà tempo, molto, per farsene una ragione. Sarà difficile, perché è successo tutto così in fretta da non rendercene quasi conto. Motomondiale e Superbike renderanno omaggio a Nicky nei rispettivi prossimi appuntamenti, l'ultimo saluto di gruppo ad un compagno di percorso andato via troppo presto. Poi saranno solo ricordi: personalmente Nicky mi lascerà un monito importante sull'importanza della vita e su quanto sia sufficiente davvero un attimo per perdere tutto irrimediabilmente.

Il mio pensiero va alla sua famiglia e agli amici intimi, alla sua fidanzata, ai suoi colleghi. Ai suoi tifosi, quelli veri, che staranno vivendo ore di compensibile dolore. Va anche al ragazzo che si è trovato nel punto sbagliato al momento sbagliato e vivrà per molto tempo con un senso di colpa spaventoso. 

Infine, il mio pensiero va a Nicky. Non l'ho mai tifato ma ho sempre provato un grande rispetto per un ragazzo per bene. Mi piaceva da matti la sua parlantina molto american quanto difficile (per me) da comprendere. La sua passione la si poteva leggere negli occhi. Mai sopra le righe, mai una parola fuori posto, degno e commovente vincitore di un mondiale, nel 2006, con quel pianto a dirotto in mezzo alla pista di Valencia che ora diventerà il simbolo del suo sogno realizzato: quello di diventare campione del mondo.

E un campione, si sa, è per sempre, in pista e nei cuori della gente.

Buon viaggio, Kentucky Kid.


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