Alessandro Secchi

SEVEN Simonsen e l'assurdo morire per una Passione

di 22 giugno 2013, 20:10
Simonsen e l'assurdo morire per una Passione

A volte scatti una foto e te la dimentichi, in mezzo a tante. Poi scopri che diventa importante, come quella sopra. Perchè eri lì (a Silverstone) a fotografare, tra le tante, anche una persona che a 34 anni muore per una passione che non smette di ricordare la sua pericolosità. E ti chiedi perchè si debba morire facendo quello che amiamo di più.

La 24 ore di Le Mans è attualmente in corso. In questo momento sono passate 5 ore. Ma per molti la corsa si è già fermata.

Era solo il 4° giro, erano passati solo 10 minuti quando le immagini hanno immortalato l'Aston Martin #95 in mezzo alla pista, semidistrutta. Il fatto che il pilota, Simonsen, non uscisse dalla vettura, già era preoccupante di per sè. Il fatto che la portiera lato guida fosse stata strappata dall'impatto, anche. Il dover estrarre il pilota dalla vettura, aggravava ulteriormente la situazione.

Le rassicurazioni arrivate inizialmente, anche tramite i media, lasciavano sperare in bene nonostante avessi una brutta impressione. Purtroppo, invece, la tragica notizia si è abbattuta sulla 24 Ore come un fulmine. Allan Simonsen, 34 anni, una bambina piccola, è morto.

Morire per una passione, a 34 anni, nel pieno della propria esistenza. 34 anni come Ratzenberger, come Ayrton.

Non ho idea del perchè inizialmente si sia detto che il pilota era cosciente, e del perchè si sia aspettato tanto a dire la verità..spesso sono portato a pensar male, e spesso purtroppo ci si azzecca.

Le mie sensazioni, a posteriori, mi fanno pensare che in realtà qualsiasi speranza si sia spenta subito, non appena i primi soccorritori si sono avvicinati all'Aston Martin. Come per Roland, come per Tomizawa in Moto2, nel 2010.

Ma, come si dice in questi casi, le frasi ricorrenti sono sempre due: "Motorsport is dangerous" e "The show must go on". Certo, tutto vero. Nessuna morte ha mai fermato il motorsport. Ma nessuna morte può passare inosservata. E soprattutto, per chi come me vive il motorsport da fuori, la morte è sempre inconcepibile. Specialmente in certi casi, in questo mondo. Non dovrebbe esserci.

Forse sono fortunato, perchè nella mia generazione di piloti morti sul campo ce ne sono stati pochi rispetto a decenni fa, dove davvero il rischio era dietro l'angolo. Mentre ora la sicurezza la fa da padrona. Al tempo stesso, però, è più difficile digerire un episodio del genere, perchè più raro, e quindi più duro da metabolizzare. E sebbene non conoscessi Simonsen, così come non conoscevo Wheldon o Tomizawa, la botta è forte.

Perchè non è il nome di chi muore l'importante, quanto il peso di una vita che finisce così.

Un pensiero a chi rimarrà segnato a vita da questa giornata, mentre la 24 Ore va avanti.


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1 commento

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  1. Griforosso
    #1 Griforosso 22 giugno, 2013, 21:34

    Cosa si può mai commentare davanti alla perdita di una vita. Forse l'unica cosa che mi viene spontanea e pensare che in un incidente come quello descritto sommariamente è plausibile pensare che non abbia sofferto. Un po' come accadde per Simoncelli. E come per Simo la morte lo ha colto facendo una delle cose che più gli dava soddisfazione. Non è una consolazione. Non può assolutamente essere. E' solo la speranza che non abbia capito che stava per morire e che, forse, abbia sofferto molto poco. Un pensiero pieno di sportivo affetto a Simonsen.

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