Alyoska Costantino

PAROLA DI CORSARO Quanto può far male vedere il proprio idolo perdere?

Il momento della sconfitta brucia, ma il peggio, con alcuni, arriva dopo di 06 giugno 2017, 09:00 598 visualizzazioni
Quanto può far male vedere il proprio idolo perdere?

La sconfitta, in qualsiasi campo della nostra vita, è sempre difficile d’accettare: fin da quando eravamo piccoli e giocavamo a nascondino coi propri compagni delle elementari le litigate su chi dovesse fare cosa non mancavano, o magari su chi avesse dovuto fare il terribile ruolo del portiere nella partita a cinque di calcetto. E tenetelo a mente l’esempio del calcio, ci servirà dopo.

Più si va avanti con gli anni, e più le nostre reazioni al fallimento mutano: da adolescenti spesso lo si prende con impeto, da adulti ci si cosparge il capo di cenere e si fa ammenda verso se stessi, anche perché chiaramente più si va “avanti”, più le responsabilità crescono... e con la loro crescita, crescono anche i possibili danni a cui le nostre sconfitte possono condurre. Essi però sono sempre e solo nostri e non possiamo fare sempre lo scaricabarile su qualcos’altro o su qualcun altro.

Ma quando invece è il nostro mito, il nostro esempio di vita, in questo caso sportiva, a commettere un errore? Come si dovrebbe prenderla? Per esempio, come l’avranno presa i fan di Valentino Rossi quando a Valencia, nel 2006, la sua Yamaha è scivolata dando il titolo alla buona anima di Nicky Hayden? O per fare un altro esempio, i fan brasiliani della Rossa come avranno affrontato la vista di Massa che, dopo aver fatto una gara immacolata, si è visto scippare il titolo mondiale a una curva dal traguardo?
Oppure, ancora, i fan juventini l'altra sera come si saranno sentiti dopo il 4-1 a Cardiff contro il terribile Real Madrid, preceduto da settimane di annunci in pompa magna?

Anche qui, il “come la si prende” dipende da noi, dalla nostra età e dal nostro carattere. Prenderla sul ridere e accettarla sono il massimo fattibile, ma tutti, almeno una volta, si saranno messi le mani nei capelli alla vista di una sconfitta subita da chi si tifava. Vi racconto un caso mio: Montecarlo 2004 e il misterioso (ormai non più tanto) incidente tra Montoya e Schumi sotto il tunnel; per un bambino di sette anni vedere il proprio numero uno, Schumacher, “incidentato” dal suo rivale del momento, mi fece scoppiare in lacrime (senza nemmeno considerare le responsabilità dell’incidente, chiaramente), tanto che a memoria non guardai minimamente il restante svolgimento del Gran Premio vinto da Jarno.

Il mio discorso punta a dire questo: la reazione che si deve avere, dei detrattori come dei sostenitori di tale campione/squadra, deve essere comunque civile e rispettosa. I casi estremi che portano a nevrosi cerebrali ci sono, e purtroppo anche negli ultimi anni certe cose si sono viste, ma quello che deve penetrare nelle menti di tutti è che coloro con cui discutiamo non fanno parte di gruppi barbarici nemici, ma semplicemente sono persone che condividono la stessa cosa ma con idee differenti.

E purtroppo sabato notte, sia a Piazza San Carlo di Torino (dove si contano 1500 feriti per colpa d’idioti lancia-petardi che non sanno perdere senza scatenare casino) sia sul web, questa cosa è sfuggita... e di brutto anche. Anch’io ho avuto il (dis)piacere di parlare con tifosi che vedevano solo bianconero e che pur di non accettare la durissima sconfitta, hanno cominciato a darmi addosso... e poi mi chiedono perché sono pessimista sull’umanità.

Lo sport, come la musica, il cinema, i videogiochi o i fumetti, deve essere trattato per quello che è: una passione, a 300 all’ora, al galoppo, con una palla tra i piedi o in mano, che dovrebbe regalare momenti di gioia, di tristezza, di rabbia e di tensione, ma mai di violenza, fisica e/o psicologica!
Nel mondo gli avvenimenti terribili non mancano, e di certo nessuno dovrebbe e vorrebbe inserire lo sport in una lista nera di motivazioni per cui accadono. Il tifo è il motore principale di esso, perché siamo noi, che da singoli diventiamo una collettività, ad andare agli autodromi o agli stadi o ai palazzetti per vedere il nostro campione fare un sorpasso, un dribbling fino a rete o un tiro da 3 punti. Nessuno è esente dall’auto-giudizio, nemmeno il più puro e senza macchia dei sostenitori, giacché il tifo non deve rovinare con il suo immenso “potere” la disciplina stessa. Facciamocelo tutti questo esame coscienzioso, e speriamo che di scempi di bassezza come quelli visti sabato notte non ne accadano più.


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