Alessandro Secchi

SEVEN "Il secondo è il primo dei perdenti". E se i secondi non ci fossero?

di 13 ottobre 2015, 16:50
"Il secondo è il primo dei perdenti". E se i secondi non ci fossero?

Così diceva Magic Ayrton per giustificare la sua immensa voglia di primeggiare sempre e comunque. Della serie "l'importante è vincere, non partecipare".

Negli ultimi giorni è di scena il dramma del povero Nico Rosberg, che se nel 2014 aveva in qualche modo protratto la lotta mondiale fino ad Abu Dhabi, quest'anno è stato piallato in ogni condizione dal buon Lewis. Anche in qualifica, dove sorprendentemente l'anno scorso era andato come il compagno più quotato.

E' stato anche sfigato in certi frangenti, certo. A Monza ha perso 18 punti negli ultimi giri e domenica ne ha persi potenziali 25. Giusto per dire che senza quei due ritiri il suo distacco attuale non sarebbe di 73 punti, ma di soli 23, meno di una gara di distanza. Che vuol dire tutto e niente. Perché comunque Nico quest'anno di errori clamorosi non ne ha fatti, e nonostante questo non è mai stato al livello di Lewis.

Da parte della stampa si alzato il processo di "Barrichellizzazione" di Nico, ovvero quella consapevolezza inconscia di non potercela fare che contraddistingue alcuni piloti nei confronti dei loro capisquadra. Questi piloti sono anche, spesso, contrattistinti dall'aver avuto la chance principe per cambiare la loro storia senza però riuscirci.

Negli ultimi 15 anni abbiamo avuto diversi esempi lampanti di questa situazione.

Primo è il proprietario del copyright, ovvero Rubinho Barrichello: contro Schumi aveva poco da fare e in certe occasioni è stato anche sacrificato (a tratti ingiustamente) per la causa. A lui va dato gran merito, però, di essere stato fedele scudiero quando a Suzuka, nel 2003, ha contibuito attivamente alla vittoria del sesto titolo di Michael. Nel 2009 si è trovato tra le mani l'occasione per "vendicarsi" di un passato senza troppe gioie a Maranello, quando Ross Brawn gli ha regalato una BrawnGP imbattibile quanto bastava per vincere in scioltezza nella prima parte del mondiale. Unico problema, il 'paracarro' Button che, a sua volta, aveva qualcosa di cui vendicarsi, ovvero la nomea di pippa affibbiatagli in giro per il paddock. Vittoria del titolo e ciao Rubens.

Ha avuto la sua chance anche Eddie Irvine, nel 1999. Con Schumi out per la gamba fratturata a Silverstone, è arrivato all'ultima gara con la possibilità di contendere il titolo a Mika Hakkinen. Al termine della sua avventura con la rossa. Il che sarebbe significato portare il numero 1 in Jaguar nel 2000. Purtroppo non andò così, e c'è una gomma del Nurburgring che ancora grida vendetta.

Risalendo gli anni arriviamo ad un altro brasiliano, il caro Felipe Massa. Campione del mondo per circa 30 secondi nel 2008 all'ultimo appuntamento di Interlagos, Felipe ha avuto l'occasione più incredibile della storia, quella di diventare titolato davanti ai suoi tifosi. La sua vita sarebbe cambiata completamente. Ma il destino, un sorpasso, sono sempre in agguato, e quel titolo è andato a Hamilton tra le lacrime. Da lì Felipe non si è più ripreso (c'è stato anche l'incidente di Budapest) e i suoi anni in Ferrari insieme ad Alonso hanno toccato punte bassissime di autostima, considerazione e spesso prestazioni. Proprio in quegli anni Felipe è stato idealmente accostato, spesso e volentieri, al suo connazionale e predecessore in Ferrari. E' dovuto andare in Williams per rifiorire e tornare ad essere il Felipe di un tempo, ma la sua occasione sembra ormai esserci già stata.

Avvicinandoci al nostro tempo arriviamo al buon Mark Webber, ora stella del WEC con Porsche (vincitore al Fuji domenica), che negli anni in Red Bull al fianco di Sebastian Vettel ha dovuto masticare diversi bocconi amari. Red Bull, parole a parte, ha sempre avuto una predilezione per il tedesco, ma Mark la sua occasione l'ha avuta. E' stato uno dei pretendenti al titolo 2010, quando ad Abu Dhabi la Ferrari è stata indotta all'errore marcando a vista lui invece che il compagno. Da lì in poi Webber non è più riuscito a contrastare il più giovane Vettel, e dopo cinque stagioni di convivenza non facile si è ritirato per andare a correre nell'Endurance, con soddisfazioni credo migliori.

Arriviamo infine al buon Nico, che dopo aver ormai perso anche questo titolo non so con quale spirito potrà ripartire nel 2016.

Torniamo alla frase di partenza: "Il secondo è il primo dei perdenti". Concettualmente ineccepibile, sarcasticamente arrogante, incredibilmente vera. Però mi pongo una domanda: cosa ne sarebbe dei primi, se i secondi non ci fossero? Quale sarebbe il valore delle vittorie se si corresse da soli? Nessuno. Ecco perché, allora, alla frase del buon Ayrton la mia risposta ideale sarebbe "Senza il perdente il primo non è tale". 

Celebriamo sempre i vincitori ma troppo poco gli sconfitti: che fanno comunque parte del gioco e, semmai, innalzano il valore di chi arriva prima di tutti. Senza i vinti non ci sarebbero i vincitori. Ben vengano le critiche per chi non riesce a raggiungere il top o l'ha solo sfiorato, ma si tratta pur sempre di professionisti indispensabili alla causa, e come sempre vanno rispettati.


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