17/09/2000-06/07/2014: il ritorno di Juancho

di 07 luglio 2014, 12:03
17/09/2000-06/07/2014: il ritorno di Juancho

17 settembre 2000. Quel giorno (sera, in Italia) Juan Pablo Montoya vinceva la sua ultima gara nella Formula CART, sull'ovale di Madison nell'Illinois. Montoya era il campione in carica, ma in quel 2000 c'era sempre qualcosa che non andava per il verso giusto. Nonostante ciò vinse tre gare più la mitica 500 Miglia di Indianapolis, che rientrava nel calendario della IRL.

La sera del 17 settembre 2000 molto probabilmente il sottoscritto si trovava già a letto, mentre Montoya trionfava sotto la bandiera a scacchi. Perché il giorno dopo quel bambino doveva andare all'asilo. Un bambino di appena cinque anni che non sapeva chi fosse Montoya né, tanto meno, cosa fosse la Formula CART. Seguivo da poco la Formula 1, ma già allora mi distinguevo come un appassionato molto particolare.

E questa particolarità si riconfermò dal marzo 2001. Al Gran Premio d'Australia (che il bambino di cinque anni seguiva, nonostante l'ora) correva un pilota che mi affascinò sin da subito. Guidava una Williams-BMW, con il numero 6. Ripeto, sono sempre stato un appassionato anomalo: non tifavo la Ferrari, men che meno Schumacher, ma quel colombiano sulla Williams mi incantò da subito, non so perché.

Magari non era Schumacher, in quanto a talento e velocità, ma in breve mi resi conto di che razza di pilota avevo iniziato a tifare. Brasile, circa un mese dopo: Montoya si "permise" di infilare Schumacher con un sorpasso al limite del regolamento, dominando la gara finché Verstappen non decise di saltargli sulla schiena. Avrò pianto probabilmente, ma Montoya si era conficcato nell'immaginario di ogni appassionato di Formula 1. Montoya era il "cattivo" della favola, ma a me piaceva per quello, perché Schumacher proprio non volevo tifarlo. Vinceva troppo.

16 settembre 2001. Un anno dopo quella vittoria a Madison, Montoya trionfava a Monza. Primo successo in Formula 1. Il bambino, che da poco aveva compiuto sei anni e aveva iniziato le elementari da una settimana, scriveva testuali parole sul diario di scuola: "Oggi, 16 settembre 2001, sono molto contento perché Juan Pablo Montoya ha vinto il Gran Premio d'Italia su Williams-BMW". Rigorosamente con pennarello blu, blu come la Williams.

E il mio tifo sfegatato per quel colombiano cattivo cresceva. Tante pole e altrettante gare sfumate, per sfortuna o per errori suoi (mi ricordo un termine "montoyate" coniato non so da chi...), un campionato 2003 che si poteva vincere se la FIA non avesse messo lo zampino sulle gomme, il ritorno al successo ad Interlagos 2004 dopo un sorpasso da urlo su Räikkönen e un 2005 in McLaren passato perlopiù all'ombra del finlandese.

Poi, il 2006. Podio ad Imola e a Montecarlo, e quella maledetta domenica ad Indianapolis. Montoya si scontra con Räikkönen, decidendo di andarsene il giorno successivo. Torna negli Stati Uniti, nella Nascar. Il bambino, che ormai è diventato un ometto di undici anni, perde di vista il proprio idolo, perché la Nascar non gli piace e in televisione non c'è da nessuna parte. Immaginate come ci si può sentire.

L'età avanza, anni e anni in Nascar con ricchi contratti ma poche gioie sportive. Con la consapevolezza, comunque, che il più era fatto, per la sua carriera. Montoya trova un ambiente familiare in quel team Ganassi con cui ha corso per anni ed anni in monoposto. I figli crescono bene e il rapporto con la moglie è ottimo. Più volte ribadisce che la Formula 1 e l'Europa non gli mancano. Anche perché la Formula 1 va sempre più allo sfascio, con regolamenti al limite del grottesco e monoposto che nulla hanno a che fare con quelle che guidava Juancho, figurarsi con quelle anteriori a quel periodo. Sempre più lente, per giunta.

Ed è sempre il 16 settembre, del 2013 stavolta, che Montoya annuncia il suo ritorno alle monoposto americane. 14 anni dopo. Si separa da Chip Ganassi, che non vuole affidargli una Dallara IndyCar (più che altro, non sapeva cosa sarebbe successo un mese scarso più tardi a Dario Franchitti, a Houston) e si accorda con Roger Penske.

Juancho è sovrappeso, ma ha deciso di rimettersi in gioco a 38 anni e vuole dimostrarsi ancora una volta un professionista serio. Un "cattivo", ma serio. Cala una ventina di chili in inverno e si presenta a Saint Petersburg, il 30 marzo 2014, sulla Dallara Penske numero 2. Quindicesimo, ma per riadattarsi ai ritmi di una gara di monoposto ci vuole tempo. Alcuni già mormorano, ma Montoya ha in serbo una sorpresa per loro. Quella gara, che normalmente si definirebbe storta, in realtà è un caso. Quarto a Long Beach, poi altre due gare un po' sfortunate, ma nella 500 Miglia di Indianapolis (14 anni dopo, ripetiamolo) dimostra che il vecchio ci sa ancora fare: quinto posto con giro veloce, in una gara che si poteva vincere senza qualche neutralizzazione di troppo, perché la strategia era buona.

Arrivano i podi: terzo sull'ovale di Fort Worth, secondo sul cittadino di Houston. Montoya è tornato, ed è protagonista, non è una comparsa. Dispensa lezioni di guida, e dà spettacolo, come è sempre successo.

6 luglio 2014. 500 Miglia di Pocono. Gara prestigiosa, assegna pure punteggio doppio. Montoya si prende la pole e inizia il sogno. Chi sogna è sempre il bambino, ormai quasi 19enne, patentato e scolasticamente maturo. 200 giri interminabili, in cui a Montoya riesce tutto alla perfezione, con Kanaan che sbaglia la strategia dei rifornimenti per tre giri e Power che commette l'ennesimo errore da principiante. Juancho passa al comando dopo la sosta di Kanaan, e vince. Una gioia, mi alzo dalla sedia e applaudo. Il mio idolo è tornato a vincere, alla faccia di quelli che lo davano per finito e che, giocando sul suo soprannome, lo chiamavano "Fat One" , "il ciccione".

Ciccione un corno, andate voi a vincere una 500 Miglia in monoposto a 38 anni, poi ne riparliamo. Comprendendo CART e IndyCar sono 12 vittorie, e non è finita qui. Il campionato è ancora lungo, il bambinone che sta scrivendo non vuole svegliarsi dal sogno. Crediamoci.

Grazie Juancho, come pilota sei unico ed insostituibile. Con una Formula 1 che non mi offre nessuno spunto di interesse, sia in generale sia dal punto di vista del tifo, devo "rifugiarmi" in altre categorie. La IndyCar quest'anno la seguo con particolare attenzione, ovviamente grazie a te. Ieri sera, il bambinone si è commosso, grazie di tutto. Grazie, "The One".


COMMENTA

LASCIA LA TUA OPINIONE

Nessun commento

Prendi parte alla discussione

Solo gli utenti registrati possono commentare.